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Dicembre 2002

Natale: la grande festa della benevolenza

Da piccolo frate che sono, e sono lieto di esserlo, voglio a Natale parlare in grande. Perciò scrivo una lettera al vasto mondo dei nostri lettori, perchè anch’io, come Thomas Merton, quello della “Montagna delle sette balze“, ho appreso di essere nato a Betleem. Nel Presepio comincia la salvezza di tutti. Senza il Natale non ci sarebbe nemmeno la Pasqua. Senza quel piccolo corpo, già votato alla crocifissione e all’effusione del sangue, non si dà la Redenzione. Il legno della mangiatoia è tagliato da quello stesso albero per le braccia della croce. La Chiesa di Roma, nella prima metà del IV secolo, quando si incominciò a celebrare il Natale in occidente, così annunciava la nascita del Salvatore: Natale del Signore: nostra Pasqua. Ecco perché il Natale del Signore non può essere sotterrato dai regali che ricambiano e ripagano regali. Non può essere affogato in fiumi di spumante, non può essere festeggiato nel frastuono pagano dei cenoni. Natale ha bisogno della stalla, della paglia, del buio dei poveri che erano più poveri. Ha bisogno della croce per essere Natale. Senza l’umanità, Cristo è solo un Dio e solo un Dio non basta all’uomo. A Pasqua, Cristo Risorto fa fatica a farsi riconoscere, durano fatica anche gli occhi innamorati della Maddalena. A Natale, sulla mangiatoia, la strada del Mistero è aperta e invitante dagli occhi semichiusi di un bambino, un bambino come me, come te. “da quelle piccole mani si apre la benedizione verso il cielo, verso la campagna. attorno le tenebre gremite di voci, preghiere di angeli e di uomini da salvare. Gli angeli sono dei più belli, gli uomini invitati per primi sono della classe sociale più bassa, ma tutti i nomi sono già scritti non sul registro del censimento dell’impero, ma sulla cambiale della primavera, di lì a trentatre anni, a cominciare da quell’ora che era notte fonda, ma colma di luce e di sole promesso: l’alba della resurrezione.“ (Sermone di S. Benedetto) Il bambino Gesù è tutto in tutti. È nella sua e nostra Madre celeste, è nella paglia arida e angolosa, è nei belati di greggi vegliati e svegliati per il primo annuncio di gioia: il primo Vangelo. E Maria, dopo aver dato alla luce suo figlio e averlo fasciato, nel metterlo a giacere sulla greppia, lo mette nel cuore del mondo, seguitando a stringerlo, come dono di vita, nel proprio. Natale prima di essere Natale per gli uomini di buona volontà, è Natale della benevolenza di Dio che incontra la malevolenza degli uomini, a rischio di peccato e quindi di morte. Ma sulla nostra morte vince la sua vita, sul peccato di tutti, la sua pace per la faccia di tutta la terra. Il vessillo del Re sceso dalle stelle, dice S. Ignazio di Loyola, è povertà, umiliazione, umiltà. Al di là delle passeggere emozioni, davanti a questa proposta, il mio cuore si apre e Gesù che viene e cerca prima di tutto i piccoli, con la promessa di ripartire dagli ultimi, dai più deboli come me. Mi piace pensare che nella stalla di Betleem, Giuseppe sia entrato precedendo Maria, ma questa volta senza bussare, perché già aperta. Come ogni nascita il Natale, per non spaventare, propone solo l’inizio del mestiere di vivere. Dio si è fatto bambino, perché i bambini non fanno paura a nessuno. Offro questa semplice riflessione come dono natalizio, tratta da una pagina del mio Diario… aff.mo

fra Corrado

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Ottobre 2002

Disponibili a lasciare… fiduciosi nell’accogliere

Tutti siamo destinatari della Missione e Gesù nel discorso Missionario, che l’evangelista Matteo riporta nel capitolo X del suo Vangelo, lo dichiara apertamente, fornendoci le caratteristiche fondamentali della Missione. La prima caratteristica è la disponibilità a lasciare. Ogni impegno per la missione esige generosità assoluta, disponibilità a lasciare tutto per mettere in primo piano la causa del Vangelo. Il motivo primo di questa radicalità lo troviamo nel fatto che Dio è unico (Credo in un solo Dio) e quindi tutto il resto ha senso solo in Lui, a partire da Lui e in vista di Lui. Non esiste il bene, non esiste la bellezza, non esiste la gioia vera, se non in Dio. Fuori di Lui si hanno solo surrogati. Soprattutto non esistono la verità e l’amore. Al di fuori di Lui tutto si dilegua, tutto manca del suo vero senso. Solo se si riesce a trovare il distacco dalle cose, una giusta valutazione delle creature, si diventa testimoni del Regno di Dio, che tutto trascende. Solo a prezzo di questa generosità si può essere realmente missionari. Per questo leggiamo in Matteo: “Chi ama il Padre, la madre, il figlio, la figlia ecc… più di me, non è degno di me”. Il secondo motivo è nella posta in gioco: nientemeno che il Regno di Dio, la Missione stessa della Chiesa, la sua ragione d’essere nel mondo. La Chiesa esprime veramente se stessa, si manifesta chiaramente come fermento del Regno, attraverso la generosità dei cristiani che, con disponibilità, testimoniano la loro fede e annunciano con la vita la presenza del Signore. La seconda caratteristica, che interpella i cristiani quali destinatari della Missione, è la fiducia nell’accogliere. Tutti noi, infatti, prima ancora che a testimoniare, siamo chiamati ad accogliere fedelmente la testimonianza della Chiesa. Ma accogliere la testimonianza significa compromettersi, ascoltando chiunque parla in nome del Signore, chiunque è testimone della sua parola. Innanzitutto i Ministri che esercitano l’ufficio di Magistero, il Papa e i Vescovi. Ma il Signore può servirsi di chiunque e far sorgere profeti in mezzo al suo popolo. A noi è richiesta la vigilanza, per non perdere nessun segnale e nessun suggerimento mandato dallo Spirito. Naturalmente, per maturare questa attenzione di accoglienza, è necessario purificarci prima della cultura del sospetto, che pervade un po’ tutta la mentalità occidentale contemporanea. Pregiudizi antichi e moderni, di stampo anticlericale, non sono stati ancora completamente superati e allignano nello stesso popolo di Dio. Lo spettacolo della cronaca, manipolata per far notizia, ha infuso progressivamente nel cuore di molti l’abitudine a dubitare, a sospettare di messaggi e messaggeri. La critica che pervade la nostra cultura ci porta a considerare il dubbio come valore. Il rischio grave è quello di disamorarci della verità e di restare chiusi di fronte a coloro che, per la verità, sacrificano se stessi. Accogliere vuol dire invece dar fiducia, ascoltare con attenzione, dar credito ai valori e alle persone che intendono testimoniarli.

fra Corrado

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Giugno 2002

Vacanze si… ma da cristiani

L’episcopato italiano insiste molto sulla necessità del riposo e delle vacanze, raccomandando però ai fedeli di programmarle senza mandare in ferie il Signore. Vacanze diverse dunque, vacanze da cristiani, è stato ripetuto nel documento “Orientamenti per la Pastorale del Turismo“ del competente Consiglio Pontificio. Il credente dovrebbe entrare nella dimensione del turista con attenzione spirituale specifica, per viverne la realtà come momento di grazia e di salvezza. Il campo del turismo è, senza dubbio, uno di quei nuovi areopaghi di evangelizzazione, uno dei vasti campi della civiltà contemporanea, della politica ed economia, in cui il cristiano è chiamato a vivere la sua fede e la sua vocazione missionaria. Coloro che abitano in località turistica hanno l’obbligo di offrire segni concreti di accoglienza. Accompagnare gli ospiti nella loro ricerca di bellezza e di riposo, deve essere frutto del convincimento che quest’uomo è la prima strada che la Chiesa percorre nel compimento della sua Missione. L’espressione più profonda dell’accoglienza si incontra nell’Eucarestia, celebrata e vissuta. Occorre poi creare altri momenti di incontro fra i residenti e gli ospiti, a partire dalle diverse occasioni in cui la comunità locale si riunisce per la celebrazione della fede. Perché non organizzare e programmare incontri, anche con mezzi informativi in località turistiche?! Ricordo con nostalgia gli anni settanta e ottanta, quando durante le mostre missionarie a Castiglion della Pescaia e a Follonica, gruppi di giovani si riunivano nei camping per leggere insieme al sacerdote la Parola di Dio e confrontarsi con essa. Per quanto riguarda i cristiani che vanno in vacanza, accade spesso che molti, durante questo periodo, si dimentichino del Padre Eterno. Lo constatiamo quando, a settembre, abbiamo occasione di domandare da quanto tempo non partecipi all’Eucarestia e non pochi rispondono: «da prima delle vacanze». Ma non di sola preghiera vogliamo parlare. Abbiamo più tempo libero anche per testimoniare l’amore e la solidarietà. A cominciare dalla gestione economica delle vacanze, che deve essere senza sperperi, avendo sempre dinanzi i bisognosi e riservando loro una parte delle risorse disponibili. Ma quella delle vacanze è soprattutto una straordinaria opportunità per intensificare il dialogo familiare. Soprattutto tra genitori e figli. Un’occasione preziosa per assolvere al ruolo di catechisti, con la parola e con l’esempio. Fare vacanze in famiglia è ancora opportunità di arricchimento e condivisione nella cultura, nel rispetto dei valori morali e nella salvaguardia del creato. Ai giovani in particolare auguriamo che, oltre alle esperienze forti con i familiari, sappiano approfittare della Comunità parrocchiale, delle associazioni e gruppi giovanili, per partecipare a campi scuola, corsi di esercizi spirituali, esperienze di volontariato e di condivisione, in terra nostra o presso i popoli in via di sviluppo. Sono senza dubbio momenti che, vissuti in una dimensione di maggiore autonomia e libertà, stimolano e formano alla responsabilità e all’impegno nella fede e nella testimonianza, con atteggiamento missionario.

fra Corrado

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Marzo 2002

I cerchi della missione

I Vescovi italiani all’inizio del Millennio ci hanno proposto un documento di capitale importanza: “comunicare il vangelo in un mondo che cambia“. In esso vengono tracciati gli orientamenti pastorali che dovranno caratterizzare le nostre chiese in questo primo decennio. Quando si afferma che questo mondo cambia, più che sottolineare un dato di fatto, si coglie un’attesa. Il cambiamento, cioè, è veramente desiderato. Ce n’è urgente desiderio, c’è fame e sete di un futuro nuovo e diverso. A questo desiderio, a questa fame e sete, il Vangelo può e deve essere offerto come la vera novità, come una sorgente che rinfranca e rigenera gli animi sfiduciati e affranti. La rivista della Federazione Stampa Missionaria Italiana commenta così il nuovo documento: “Un primo sentimento ci sembra doveroso manifestare ed è di gioia per il fatto che la Conferenza Episcopale Italiana imbocca decisamente la via della Missione. La Conversione Pastorale operata al Convegno di Palermo porta a questa conclusione: non si può vivere il Vangelo senza comunicarlo. Al n° 46 si parla di due livelli di Comunità: il livello Eucaristico, formato dai cristiani che partecipano alla Messa domenicale, e il livello battesimale, formato da quei battezzati che non hanno che rapporti sporadici (in occasioni particolari della vita) e che rischiano perfino di dimenticare il loro Battesimo e di cadere nell’incredulità. La prima comunicazione di Vangelo deve avvenire fra questi due livelli: i cristiani che vanno e partecipano seriamente all’Eucarestia, devono comunicare nel Vangelo con i loro fratelli che ne conservano solo deboli tracce. È la prima uscita che i Vescovi chiedono, si potrebbe dire il primo cerchio della Missione. Lo stesso n° 46 del Documento continua: Se questi due livelli saranno assunti seriamente e responsabilmente, saremo aiutati ad allargare il nostro sguardo a quanti hanno aderito ad altre religioni e ai non battezzati presenti nelle nostre terre. Anche la vera e propria Missione ad gentes, già indicata come paradigma della evangelizzazione dalla Lettera Apostolica Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II, riprenderà vigore e il suo significato diventerà pienamente intelligibile nelle nostre comunità ecclesiali” A mio parere è proprio qui che si colloca l’impegno di ogni Centro Missionario e di ogni servizio di animazione alla missionarietà. Ricordare che fare missione è essere Chiesa. E che mandare missionari, preti o frati, suore o laici, famiglie o equipes tra i popoli e i poveri della terra… e accompagnarli e sostenerli, è compito di ogni comunità cristiana, di ogni parrocchia, associazione o gruppo. Se questo non è assolto, o è assolto in modo evanescente, vengono meno le condizioni per la missione sul nostro territorio. La Missione sul territorio – lo dico per l’esperienza di tanti anni di parrocchia – è sempre in qualche modo, una missione di ritorno. A me piace chiamarla: viaggio Nord-Sud, ma di andata e ritorno.

A cura di
fra Corrado

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