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Dicembre 2010

Sorpresa!

In occasione di un incontro di Animazione Missionaria in Versilia, ho conosciuto un signore di Alessandria che, avvicinatosi, mi ha chiesto se fossi io Frate Corrado delle Missioni Estere dei Padri Cappuccini Toscani. Alla mia risposta affermativa ha aggiunto: “Finalmente mi è data questa felice occasione: da tempo desideravo conoscerla, poiché sentivo il bisogno di comunicarle alcuni sentimenti nati in me da quando leggo la vostra rivista. Conosco da tempo “Eco delle Missioni“, entrato da anni nella casa paterna dove sono cresciuto. Mia madre, ora molto anziana, si gloria di essere stata una delle prime ad abbonarsi, fin dai tempi in cui alla direzione del Segretariato vi era il P. Bernardo Gremoli, adesso Vescovo, e di essere stata vicino al P. Lanfranco Iozzi, missionario in India, per la costruzione e l’assistenza della scuola S. Giuseppe in Rampur. Mi confessò che negli anni della sua adolescenza e giovinezza, mai aveva preso in considerazione questa rivistina, giudicandola il solito foglio di propaganda religiosa distribuito dalle comunità parrocchiali ai propri fedeli praticanti. “Dall’anno giubilare sono stato mosso -mi ha detto- da una certa curiosità, soprattutto attratto dalle belle copertine; da allora, piano piano, insieme a mia moglie e poi con i miei ragazzi più cresciutelli, siamo diventati assidui lettori. In essa ho trovato contenuti e testimonianze che hanno contribuito a rendermi più partecipe alla vita cristiana e a rendermi più solidale con la sofferenza presente nel mondo”. Perciò da tempo questo amico, di nome Giovanni, desiderava contattarmi per inserirsi in qualche progetto del C.A.M, e soprattutto indirizzare i suoi figli verso le nostre esperienze di condivisione. E ha concluso: “Lei forse stenta a crederlo, ma se oggi la mia famiglia è un po’ più cristiana lo dobbiamo anche a questa vostra rivista missionaria!”. Ovvia la mia sorpresa, seguita da una viva soddisfazione e la riconoscenza per i complimenti fatti al nostro periodico, ben valutato e apprezzato. Per cui voglio ringraziare il Signore per questo servizio, che giunse inaspettato sulle mie spalle e che mi ha fatto crescere nella fede e mi ha portato a conoscere tante persone splendide, soprattutto giovani in ricerca di valori e di impegni, che rendono più significativa la vita. Questo mi ha portato a dare più importanza alla parola di Dio e alla Preghiera, a trovare i modi di comunicazione più adeguati a questo tipo di pubblico, a confrontarmi con lettori di ogni età e provenienza. Al di là del positivo riscontro editoriale è stata un’esperienza umanamente e cristianamente edificante. È davvero un dono della Provvidenza scoprire che il proprio lavoro è utile a qualcuno. E questo vale per tutti: per un babbo, per una mamma, per un frate, o un insegnante. Per un sacerdote poi la gioia è maggiore quando l’essere utile al prossimo va al cuore del proprio servizio, alla possibilità di aiutare ad incontrare Dio, ad amare più “l’Altro“, a sperare in un domani più sereno e felice. Alla Vigilia del Santo Natale intendo estendere il grazie più vivo e fraterno a tutti i collaboratori del CAM e a quanti lavorano a questa rivista, cui auguro di fare ancora tanto bene. Inoltre auguro che il Verbo di Dio, fattosi carne nella grotta di Betlemme, che ha proposto agli uomini di ogni tempo un itinerario di amore e riconciliazione, illumini tutti voi cari amici e tutta l’umanità per ritrovare la strada che porta ad incontrare l’Altro nel dialogo, nell’amicizia e nel rispetto profondo.

fra Corrado Trivelli

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Ottobre 2010

Quei bei grappoli maturi

I mesi di settembre e di ottobre ci richiamano ancora alla vita agricola, alla raccolta dell’uva in particolare. Al periodo delle vendemmie. Chi di noi non ha avuto, almeno per una volta, la fortuna di far parte di qualche allegra brigata, gruppi di amici con i quali condividere questo lavoro attraverso filari di viti. Cantando e scherzando, accusando anche un certa fatica, ma sempre con serenità, nella speranza che da quei grappoli esca un vino di qualità, che darà un tono, un calore ai momenti conviviali fraterni. Si vendemmia nella speranza di un vino nuovo; si raccoglie per attendere e per seminare di nuovo. Sono mesi questi in cui si riparte, almeno per quanto riguarda le attività professionali e anche pastorali per le nostre chiese. Dopo un periodo estivo tanto atteso e altrettanto fugace. Periodo in cui c’è il rischio che, al dire di S. Giovanni Bosco, il demonio faccia la sua vendemmia. Forse per qualcuno è stato così. Ognuno faccia il suo esame di coscienza. La mia esperienza è stata diversa. Nei mesi estivi ho invece costatato un’abbondante vendemmia del Signore, in cui non è mancato il raccolto seminato in verità. Così, insieme al gruppo di giovani con i quali ho condiviso l’esperienza missionaria in Tanzania, in questa ripartenza settembrina non abbiamo ceste vuote, ma ci troviamo arricchiti di tanti bei frutti in termini di relazioni e amicizie nuove e ritrovate, di lavoro spirituale, di preghiera e di lavoro, anche materiale, che ci ha fatto crescere e che non vogliamo dimenticare. Esperienze sia all’interno del gruppo, sia con i missionari e con i locali, senz’altro efficaci, da non lasciar cadere. Anche in luglio e in agosto ci può cogliere la sorpresa, senza attendere vendemmie settembrine, di trovarci nella mani frutti che non sappiamo di aver seminato e coltivato proprio noi. Sono frutti, uno diverso dall’altro, ognuno ha un suo nome, ma sono tutti uniti da un prezioso dono del Signore. Il dono di averli chiamati a partecipare alla sua vita divina mediante la grazia concessa attraverso Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Signore. Grazie Signore per avermi dato ancora un raccolto in questa estate 2010.

fra Corrado Trivelli

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Giugno 2010

Quello sguardo verso il Cielo

Preparando l’Editoriale, non posso fare a mano di farmi guidare dalle letture del periodo liturgico, quello che va da Pasqua alla Pentecoste dove ascoltiamo testimonianze di una Chiesa che cresce. Il libro degli Atti si apre con la partenza di Gesù da questa terra. Egli aveva convocato i suoi là, dove era partito, dalla Galilea dei gentili. La missione terrena è compiuta, ma non la sua opera che dovrà continuare sino alla fine dei secoli. Lasciando i suoi discepoli, testimoni della sua morte e risurrezione, comanda loro di andare per il mondo a predicare, battezzare e rimettere i peccati, in forza dello Spirito Santo che scenderà su di loro. Non avevano ben capito che toccasse a loro, infatti Luca riferisce che vennero rimproverati da due messaggeri che dicevano: “Uomini di Galilea, perchè restate a guardare il cielo?” Il giorno di pentecoste, con la discesa del Divino Spirito comprenderanno meglio quelle parole. Intanto si apriva una parentesi di secoli, di millenni… in cui sarebbe toccato a loro, e conseguentemente ai fedeli di ogni tempo, testimoniare la verità di Gesù e condurre gli uomini alla salvezza. Un movimento di secoli stava per iniziare, un movimento anche fisico, in quanto erano invitati a raggiungere tutta la terra! A farsi missionari e portatori di un massaggio che avrebbero dovuto conoscere “tutte le genti“. Un compito che è affidato anche a noi, come ha ricordato recentemente ai preti e ai laici, Benedetto XVI. «Non ci è stato assicurato il successo. Il compito è proprio questo: “Andate – annunciate“» I Vescovi più volte hanno invitato le Comunità cristiane ad educare all’impegno sociale e politico. In un recente documento si legge: “Evangelizzare è il fine della Chiesa… essa esiste per questo: annunciare Gesù Cristo, e la misericordia del Padre è il cuore del vangelo da portare, con fiducia e con sforzo agli uomini e alle donne del nostro tempo“. L’insegnamento di Gesù è estremamente concreto non è certo quello di un filosofo, si è fatto vicino all’uomo, alla sua situazione esistenziale: gioie, fatiche, dolori, difficoltà. Così deve essere l’agire della Chiesa e di tutti coloro che vi appartengono. Non gente astratta e distratta, disincarnata, con la testa tra le nuvole. Come si ricava anche dagli ultimi documenti del Papa… ”la missione della Chiesa è anche quella di educare alla socialità, alla giustizia, alla trasformazione del mondo del lavoro, formare ad un serio impegno politico e ad una prassi economica umanizzata, coinvolgersi nella gestione delle realtà terrene. È anche questo fare missione. Sono parole chiare, che non lasciano adito a riserve o a tentennamenti.

fra Corrado Trivelli

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Marzo 2010

Testimoni della Speranza

Anche quest’anno voglio rivolgere a voi tutti, amici e fratelli vicini e lontani, l’augurio che nasce dall’annuncio gioioso e inaudito della notte di Pasqua: “Il Signore è Risorto!”, non è una favola, un mito, ma la testimonianza storica di Maria di Magdala, di Pietro e Giovanni. La nostra speranza e la nostra fede trovano in loro un valido fondamento. Fede e speranza, ecco il bisogno dell’uomo. E’ vero che spesso si chiudono gli occhi di fronte alla realtà fingendo che le cose vadano diversamente. Ma quando l’esperienza della caducità e della morte appare in tutta la sua evidenza, allora si è tentati di disperazione. L’illusione e la disperazione sembrano essere l’unica alternativa alla nostra realtà quotidiana. Stando ai nostri sensi, alla nostra ragione, sullo stesso Calvario ha vinto la morte. Sulla Croce troviamo un cadavere: “Quel Gesù di Nazareth, che passò beneficando e sanando tutti“, è l’esperienza dei discepoli di Emmaus… è effettivamente morto, appeso a un legno. Ma ecco l’inaudito, Il mattino di Pasqua è risuonato l’annuncio: “Cristo è Risorto”. L’impossibile è diventato possibile, la vita ha trionfato sulla morte. La morte non è più l’ultima parola. E’ solo nella fede – e noi siamo con la fede – che si può accogliere la sconvolgente verità: “Cristo è Risorto e, poiché Egli è la Primizia, c’è una Risurrezione per tutti, per ogni uomo e per tutto il creato”. E’ ciò che nella liturgia ogni anno noi riviviamo, specialmente nella celebrazione della Veglia Pasquale, durante la quale annunciamo che tutto in Cristo Risorto si rinnova. In Lui una nuova luce, una nuova vita in tutte le cose; tutto in Lui si rigenera, soprattutto il cuore dell’uomo, come la celebrazione ci indica, invitandoci alla rinnovazione delle promesse battesimali. Il Figlio di Dio ha unito la sua sorte personale alla nostra: “Se Egli è risorto anche noi risorgeremo”, se Egli si è liberato dalla morte, anche l’umanità potrà rigenerarsi spezzando i cerchi di morte che l’opprimono: sopraffazioni, ingiustizie, violenze, egoismi, peccati personali e collettivi. Il cristiano sa che la croce della propria vita è una realtà inevitabile. La sofferenza, forse anche la tragedia, è sempre possibile, ma la speranza fondata sulla Resurrezione non lo autorizza ad arrendersi, a cedere allo sconforto. Altri possono anche rassegnarsi, assuefarsi, ma il cristiano non può, perché sa che, in ultima analisi, la carta vincente è quella di Gesù Risorto. Il Messaggio della Pasqua non ci apre solo alla speranza, ma ci chiama ad essere portatori di speranza, e cioè promotori di vita, continuatori della nuova creazione iniziata con la Risurrezione. È una proposta concreta a vivere la nostra vocazione missionaria: “Va’ a dire ai miei fratelli…” dice Gesù alla Maddalena. Il dono della speranza, di cui i credenti sono destinatari, è anche un compito: il dono va donato, perché anche altri si aprano alla gioia, al fascino della vita, gioia e vita che scaturiscono dal Risorto. Fare Pasqua, allora, è vivere ogni giorno, ogni momento, come testimoni della speranza.

fra Corrado Trivelli

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