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Dicembre 2014

E se il Natale fosse una festa Missionaria?

BUON NATALE!!!… e… cioè?… Non so quanti cristiani di oggi saprebbero dare una risposta che possa far capire l’importanza di questo augurio ed il mistero della nostra fede che esso racchiude.
È impensabile che il significato del Natale sia quello che nei nostri anni e ancor più nei nostri giorni stiamo vivendo! Forse potrebbero parlare con tenerezza che Dio si è fatto uomo, che è nato in una stalla e tante altre cosa simili che ci riportano al fatto così come è avvenuto duemila anni fa.
Ma la storia della salvezza non è una realtà che ci fa rivivere episodi del passato, è una realtà che si rende attuale e viva nel corso dei secoli, oggi, nel nostro presente, nella vita di ogni uomo.
Ci può essere un’idea nuova del Natale che non è molto popolare e forse non è sentita e proclamata neppure un po’ più in alto. Il Natale di fatto celebra un evento completamente nuovo nel mondo: Dio entra nel mondo per salvare il mondo. È Gesù che nascendo nel nostro mondo da’ inizio ad una nuova missione: la salvezza per tutti.
E se il Natale fosse una festa missionaria ?
Per scoprirlo è indispensabile aver chiaro chi è il missionario.
La risposta non è difficile: il missionario è colui che Dio chiama ed invia ad annunciare agli uomini il suo amore di Padre, la sua volontà di salvezza per tutti gli uomini.
A questo punto per poter capire e riflettere ancora dobbiamo fare subito un po’ di lavaggio al nostro cervello nel quale si annida un’idea non proprio giusta e vera: Il missionario non è colui che Dio ha scelto tra il suo popolo e ha inviato in terre lontane per portare il Vangelo di salvezza a chi ancora non lo conosce, idea vera, ma oggi molto limitante, “Il Missionario” è Gesù e il suo Natale celebra il momento del grande evento della Missione, perché è il giorno in cui il primo missionario viene inviato nel mondo dal Padre, autore della missione di salvezza per tutti gli uomini.
Gesù è missionario anche come vorremmo noi: nei suoi primi trent’anni si è mescolato con gli uomini; ha vissuto la loro vita ed ha fatto le loro esperienze; si è preparato con la Bibbia alla mano letta ogni sabato nella Sinagoga e finalmente il suo annuncio esplosivo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio.
Buon Natale, fratello, che Gesù, l’inviato del Padre nasca anche nel tuo cuore e scombussoli la tua vita e ti spinga ad essere oggi nel tuo piccolo grande mondo missionario d’amore e di salvezza.

P. Flavio Evangelisti

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Ottobre 2014

La lezione di Giobbe

Anche quest’anno durante la breve interruzione dal tran tran annuale sono partito con il libro di un amico nella borsa: quello del santo, paziente ma altrettanto sfortunato Giobbe della Bibbia. È un amico che sto imparando a conoscere. Quando desidero scendere nel mio intimo e voglio guardare i tracciati della mia vita, Giobbe è quell’amico ruvido e schietto, che aiuta ad illuminare il dentro e rintracciare i sentieri maestri della vita. Prima, Giobbe, lo ignoravo perché pensavo che parlasse di cose con cui non avrei voluto aver nulla a che fare.
Ha cominciato ad essermi amico quando mi sono reso conto che difficilmente avrei realizzato quello che avevo sognato di me o che gli altri si sarebbero aspettati da me. Giobbe non è come Abramo, o l’israelita pio né tantomeno il cristiano che ci aspetteremmo.
È un uomo che, privato di tutto quello che aveva, è costretto a ricostruire ricostruirsi nonostante la sua povertà materiale e lo sconforto interiore. Si pone al di fuori delle fedi tradizionali dei suoi tempi e delle loro saggezze. Rifiuta i luoghi comuni, diffida della sapienza fine a se stessa. Giobbe cerca il vero volto di Dio, cercando prima di tutto la verità su se stesso, le sue possibilità senza illusioni.
Il suo libro è una nota stonata che scombina le certezze assodate fino a camminare pericolosamente sull’orlo del baratro della bestemmia. I critici dicono che la redazione del suo libro è la più oscura e travagliata di tutta Bibbia. È come se, attraverso il corso del tempo, generazioni siano state chiamate ad aggiungere il proprio contributo alla interminabile esperienza di bene e di male, di gioia e dolore, in cui la vita umana nasce, cresce e si rinnova nei secoli. Con gli anni che passano ciascuno di noi trascrive come in un libro le guide della sua vita. Chiunque non scrive il suo libro nella verità nuda e cruda di Giobbe corre il rischio di dover rinnegare quello che ha scritto. E chiunque nella vita non incontra Dio, che completa il libro con lui, difficilmente arriverà a finirne l’ultima pagina contento di sé.

P. Francesco Borri

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Giugno 2014

Allenati dallo Spirito Paraclito

Avevo letto, tempo fa, che una buona parola per tradurre in lingua parlata il termine Paraclito, riferito allo Spirito Santo, fosse Allenatore; sì, proprio allenatore, come quello delle squadre di calcio! Solamente dopo la splendida finale della Coppa dei Campioni ho osato infilarlo nell’omelia di una di queste domeniche vicine alla Pentecoste. È vero: ero rimasto estasiato dalla velocissima fluidità delle squadre in campo e dall’agonismo portato all’estremo, dagli scambi veloci e precisi come fossero comandati da un unica mente. È normale quando c’è un allenatore. È lui che sceglie i giocatori, ne studia le doti fisiche e personali facendole emergere, ne corregge gli errori e le amalgama con quelle degli altri compagni di squadra, creando una strategia di gioco e un ruolo per tutti. Ogni squadra che non ha buone strategie non vince. Il Paraclito ci sceglie e ci immette nella squadra della Chiesa, usa e raffina le doti di ciascuno, raddrizza le storture, adatta ed esalta il singolo alla strategia comune: “che conoscano te e che tu mi hai mandato”. Ogni giocatore che ha fiducia nell’allenatore si sottomette a mettere in secondo piano tutto quello che non serve alla strategia della squadra, perché ogni vittoria e gloria vengono attraverso la squadra. Qualora qualcuno si rifiutasse, allora anche la squadra rifiuterebbe lui; scomparirebbero vittoria, giocatori ed allenatore. Accade anche nella comunità dei cristiani non avere dei giocatori che sono bene allenati e che conoscono vagamente gli schemi tattici, oppure vogliono cambiare la strategia della squadra con la loro; peggio sarebbe se stanno vendendo la partita per qualche pugno di soldi. Si vedrà subito perché le gambe si stancheranno troppo presto, i giocatori non si sapranno trovare né cercare, mentre l’allenatore correrà su e giù sgolandosi, finché mesto si accascerà nella panchina aspettando il fischio finale.

P. Francesco Borri

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Marzo 2014

Alla fiera dell’Est

Politici donano migliaia di dollari alle casse federali per ovviare alla mancanza di liquidità” È un’altra notizia che mi convince a cambiare per l’ennesima volta queste quattro parole, che fin dall’inizio volevo dedicare agli avvenimenti, che hanno portato la costituzione del nuovo governo. Ho modificato il titolo togliendo il luogo perché non si pensasse nè a grillinofilia né a grillinofobia; sarebbe portare acqua al mare dopo il bombardamento a tappeto di opinioni, analisi, esternazioni e imprecazioni accavallatisi nei giorni passati. Probabilmente mi si obbietterà che anche questa non è che una in più. “Ci rimetto la faccia”. Tuttavia dobbiamo chiederci se il buon senso o la saggezza guidino ancora la nostra società alla ricerca di una via di uscita da un malessere, che sembra dare poca speranza e nessun sbocco immediato. Non c’è lavoro, perché non investiamo; non ci sono investimenti perché non ci sono soldi né lavoro che produca denaro a sufficienza. Le banche non fanno crediti perché il lavoro non è competitivo; la gente non compra, perché non ha lavoro né soldi. Il governo non fa perché non gli diamo la forza dei numeri, e noi non diamo numeri e forza al governo perché non fa nulla o, al peggio, disfa. E arrivò “l’Angelo della Morte sul macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua. che spense il fuoco, che bruciò il bastone… (fino a) il gatto che si mangiò il topolino, che mio padre comprò”. Se non è giusto nè bello fare la fine del topolino, bisogna che il gatto si rassegni a mangiarsi la coda. È da lui che inizia la catastrofe alla Fiera dell’Est quando mise le unghie sul topolino e decise che aveva bisogno di lui per rimanere gatto. Ognuno di noi ha un po’ del gatto dentro di sé e una coda da mangiare qualsiasi posto occupi e quanto affilati siano i suoi artigli. Come pure ciascuno di noi è un po’ topolino; ci sarà sempre uno più svelto e furbo di lui pronto a sopraffarlo per rimanere quello che è. Sono certo che questo tipo di saggezza sia la piattaforma solida e adatta a sostenere tutti i nostri sforzi, il contributo minimo e di base da offrire alla nostra nazione. Sono quella manciata di spiccioli che gettati nelle casse vuote di soldi, di speranze, di solidarietà e di riforme, che possono rimettere in moto e brio a una bella fiera italiana.

P. Francesco Borri

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