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Dicembre 2011

Visite fraterne

Particolarmente difficile è scrivere adesso, a metà Ottobre, anche se in brevi righe, l’editorale per Eco delle Missioni che verrà stampato per il Natale 2011. Questo anticipo è dovuto all’improvvisa programmazione di un prossimo viaggio insieme a P. Luciano, provinciale dell’ordine e all’amico Dr. Andrea Ferri di S. Casciano Val di Pesa, per l’inaugurazione in Tanzania della scuola materna di Kongwa e i laboratori scientifici della scuola media superiore sempre in Kongwa, il pozzo presso la Comunità Masai di Pingarame e inoltre per verificare l’avanzamento lavori della scuola artigianale di Pugu e l’inizio anche in questo villaggio della costruzione di una scuola materna. Importante le visita presso la nuova missione di Kilimamoja, dove hanno iniziato il servizio pastorale, P: Francesco Borri e P. Carlo Serafini. Un nuova regione molto distante dalla storica presenza dei missionari cappuccini toscani in Tanzania. Dalla Diocesi di Dodoma, dove siamo presenti fin dal 1963, siamo saliti circa 600 Km più a nord nella diocesi di Mbulu nel distretto di Arusha. Al ritorno dovremo fare una breve sosta, circa una settimana, in Etiopia, invitati dal nostro confratello Vescovo Cappuccino locale Abume Musie Ghebreghiorghis, per una verifica più diretta sui problemi del Corno d’Africa e per una documentazione dei luoghi evangelizzati dal confratello Cappuccino Cardinal Guglielmo Massaia. In prossimità del Santo Natale, domenica 11 Dicembre, durante un incontro fraterno presso il nostro Centro Animazione Missionaria di Prato, sarà fatta un’accurata relazione documentata sulla realizzazione dei progetti portati a termine e delle altre iniziative alle quali parteciperemo durante il viaggio. Sarà un incontro di informazione sulle mete raggiunte e sui cambiamenti avvenuti presso la missione tanzaniana. Nuove destinazioni e nuove esperienze per la evangelizzazione, per la promozione umana e culturale. Sarà una giornata di fraternità vissuta nella gioia di sentirci fratelli tra noi, con tutti i gruppi della collaborazione missionaria, allargando i nostri orizzonti verso regioni lontane dove la Passione di Cristo continua ad essere presente nelle membra di tanti nostri fratelli.

fra Corrado Trivelli

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Ottobre 2011

La solidarietà dei fatti

Amici carissimi,dopo le ferie e il meritato riposo, che purtroppo non c’è stato per tutti, ripartiamo con gli impegni, che richiedono disponibilità e generosità. Anche se il periodo estivo è meno ricco di appuntamenti ed incontri, non né è però totalmente privo.
In giugno abbiamo festeggiato il mio Giubileo Sacerdotale, un’occasione durante la quale abbiamo fatto esperienza di fraterna amicizia. Inaspettata la numerosa partecipazione; di fronte a tanti non meritati segni di affetto e gratitudine, confesso di non essere riuscito a trattenere la commozione. Abbiamo salutato i fratelli missionari che facevano ritorno in terra africana. Tra questi voglio ricordare Fr. Giorgio Picchi, destinato in nuova sede in Kenia, e i Padri Francesco Borri e Carlo Serafini, destinati ad aprire una nuova missione a Rokya, al Nord del Tanzania, presso la Diocesi di Mbulu. Con la collaborazione di volontari laici abbiamo poi realizzato alcuni incontri di Animazione Missionaria in località marittime o in ambienti di felice tradizione cappuccina. A Castiglion Fiorentino presso il Convento, il Gruppo Missionario guidato da Raffaello Segantini programma ormai da molti anni una mostra fotografica, un mercatino e una cena comunitaria, a favore delle missioni: sabato 18 agosto è stata concelebrata l’Eucarestia presieduta da P. Luciano Baffigi, Ministro Provinciale. Oltre a noi due, hanno concelebrato i cappuccini delle Celle di Cortona ed alcuni sacerdoti del castiglionese e della Val di Chiana. Nel mese di Agosto si è ripetuta l’esperienza di condivisione missionaria presso il Centro di Riabilitazione Bambini Motolesi nel villaggio di Mlali (Tanzania). Vi hanno partecipato 12 volontari, accompagnati da P. Flavio Evangelisti.
Sono esperienze queste che, oltre a rafforzare la comunione tra noi, ci consentono un segno di solidarietà verso fratelli che stanno vivendo momenti drammatici, specialmente nel Corno d’Africa, da dove ci giungono immagini drammatiche: bambini senza sorriso, in braccio alle loro madri morenti, 12 milioni di persone che rischiano la morte per siccità e mancanza di alimentazione. Di fronte a tutto ciò esclamiamo: “Poveretti“, gridiamo allo scandalo e puntiamo il dito sui presunti responsabili. Tutto giusto, ma non possiamo fermarci alle denunce e rimanere con le mani in mano di fronte alla morte innocente. Come cristiani, dobbiamo pensarci noi per primi, e non limitarci a una vicinanza di preghiera e di compassione; la prima e più importante preghiera, e certamente la più accetta a Dio, è la solidarietà dei fatti. Anche da noi c’è la crisi, è vero; i giovani non riescono a trovare lavoro, nelle famiglie non si riesce più ad arrivare a fine mese… ma laggiù è la dignità dell’uomo ad essere spazzata via, è il diritto di tutti alla vita, al benessere, alla libertà, a scomparire. Cari amici lettori e benefattori, apriamo il nostro cuore, allarghiamolo fino all’Africa, fino alle terre delle nostre missioni. Il dramma va sempre più allargandosi, prima o poi giungerà anche in Kenia e in Tanzania. Non possiamo nasconderci dietro le nostre difficoltà economiche, perché nessuno ci chiede di dare ciò che non abbiamo, o magari di privarci del necessario: la generosità non si misura con la quantità del denaro offerto, ma con la qualità del cuore di chi dona con gioia.

fra Corrado Trivelli

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Giugno 2011

Avere un cuore grande

Sono molte le domande che ci poniamo in questo momento così drammatico che sta vivendo questa nostra terra, domande che vengono rivolte soprattutto a noi sacerdoti e religiosi da molti amici e fratelli di fede. Perplessità su quanto sta avvenendo nell’Africa mediterranea e sembra che oggi ne facciamo le spese noi italiani. Ci si domanda quanto sia giusto essere rimasti da soli a portare il peso di questa migrazione, e perchè non vengono prese delle decisioni a livello europeo e internazionale. Talvolta sentiamo anche affermazioni dure e severe nei confronti di questi numerosi fratelli che fuggono da situazioni di schiavitù, persecuzione e morte. Ho l’impressione che rischiamo di seccare nel nostro cuore le fonti della compassione e dell’accoglienza. Il timore di dover aprire le porte a chi deve fuggire e approda alle nostre sponde, è comprensibile, ma non è segno di responsabilità umana e cristiana. Voglio sottolineare alcuni brani del messaggio che Mons. Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, ha inviato agli abitanti di Lampedusa: “Dico a voi tutti, grazie perché il vostro cuore continua a rimanere aperto a gente che vuole vivere, perché ancora una volta testimoniate che riuscite a non farvi imprigionare dalla paura. Immagino che cosa significhi sentirsi soli, abbandonati e investiti da parole e da promesse a cui è sempre più difficile credere. Continuate a pagare – e non è giusto – quanto non si riesce a decidere nei palazzi di chi amministra la cosa pubblica. Non si possono tener gli occhi chiusi o fingere che la sola forza (il divieto) possa sortire l’effetto desiderato. I problemi dell’Africa sono problemi di tutti, così i problemi di Lampedusa e Linosa non sono solo vostri, ma di tutti. Di là c’è gente che vuole vivere, vuole mangiare, vuole riconosciuta la dignità, se in quei paesi siamo arrivati a questo punto, può anche darsi che ci sia la responsabilità di chi si è preoccupato di colonizzare e creare rapporti vantaggiosi per noi, che siamo da questa parte…”. Il Vescovo poi continua facendo appello alla fede di ciascuno, che richiede atteggiamenti coerenti con ciò che crediamo. Chiede solidarietà, anche se questa comporta rischi e rinunce. Chiede giustizia, ma insiste anche sul fatto che come cristiani dobbiamo rendere il nostro cuore accogliente. È il Signore che ora bussa alle nostre porte e ci fa toccare con mano le miserie del terzo mondo, per le quali tante volte abbiamo pregato. Ma pregato a distanza, senza una viva partecipazione ai problemi di questo mondo, problemi per sentito dire, raccontati da chi andava in missione. Adesso è il nostro territorio ad essere coinvolto e interessato da una missione che passa attraverso l’accoglienza di donne, uomini e bambini; attraverso il dialogo, l’integrazione, la capacità di riconoscerli nostri fratelli. Il Vescovo conclude il suo lungo e toccante messaggio con queste parole “Che Lampedusa e Linosa diventino faro di civiltà, porta e luogo d’incontro e d’amicizia, spazio dove Dio e l’uomo possano ritrovare la gioia della passeggiata pomeridiana. Le vostre sono piccole isole, ma il vostro cuore sia grande, come quello di Cristo, grande come il mondo, e una nuova alba spunterà.

fra Corrado Trivelli

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Marzo 2011

Disagi e speranze

Non sono mai stato missionario a tempo pieno, ma posso affermare che la missione è sempre stata nel mio cuore. Il servizio che si svolge al C.A.M. di Prato, specialmente in favore delle missioni in Tanzania e in Nigeria, dove sono presenti i cappuccini toscani, ci rende prossimi all’Africa, soprattutto quando abbiamo l’opportunità di fare esperienze di condivisione, a tempo determinato, con i nostri confratelli missionari e con le popolazioni locali. Tutto questo ha fatto crescere in me, e in coloro che condividono queste esperienze di comunione, un grande amore per questa terra e per la sua gente. Ecco perché provo un profondo senso di disagio quando avverto che ancora in diversi ambiti, anche ecclesiali, e in persone credenti, permane una mentalità razzista, atteggiamenti sprezzanti e rapporti con gli africani immigrati che richiamano la triste epoca del colonialismo. Sentire negli autobus, nei pubblici locali, e perfino all’interno dei gruppi e associazioni che si dicono cattoliche, affermazioni di intolleranza, di insofferenza per la presenza di “negri” nella nostra società… oppure ascoltare certe trasmissioni televisive in cui si accredita l’idea che essere nati in Africa è una sfortuna, mi crea grande irritazione. E mi ferisce quando, con linguaggio tragico, si fa riferimento all’Africa come luogo di accattonaggio e di persone disimpegnate, oppure come terra dell’eterne carestie, per superare le quali niente viene fatto oppure, ancora, come la terra delle sanguinose guerre civili e fratricide. Sono giudizi ipocriti e approssimativi, dettati da ignoranza crassa circa i veri problemi dell’Africa, di chi non tiene conto che questo continente immenso è costituito da 59 nazioni e da una miriade di etnie e tribù diverse, con realtà e situazioni variegate e diversissime fra loro. È profondamente ingiusto, quindi, generalizzare fino ad attribuire a tutto il continente, fenomeni negativi che sono presenti solo in alcune regioni. Inoltre ci si ostina a ignorare che la causa di certe povertà risiede nelle condizioni atmosferiche avverse e nella mancanza di acqua. Si afferma che l’Africa deve salvarsi da sola, però il mondo occidentale continua a sfruttarla, e non fa nulla per mettere quelle popolazioni in grado di compiere un cammino più autonomo. Non voglio ora ripetere ai tanti amici, giudici severi, ciò che più volte abbiamo fatto presente in questa rivista, a cominciare dai valori che abbiamo perduto e che abbiamo riscoperto in Africa. Voglio invece ricordare che ogni cultura, e quindi anche la nostra, deve rigenerarsi nel mutare delle situazioni, pur nella salvaguardia dei principi che sostengono la propria identità di fondo, e deve farlo nel rispetto dei diritti e della dignità di ogni persona, a qualunque razza o nazione appartenga. Credo che la nostra civiltà debba misurarsi di più sull’attenzione ai suoi membri più indifesi, per cui dobbiamo dire con forza: un cambio di linguaggio, e dunque di mentalità, nei confronti degli immigrati, che sono i più indifesi, è urgente! Ciascuno di noi deve imparare ad accogliere e a rispettare chi viene a vivere tra noi nella sua unicità, apprezzato nella sua diversità, riconosciuto per la comune umanità ereditata dall’unico Padre, il Signore Nostro Dio. E soprattutto dobbiamo cercare di sostenere questi nostri fratelli nell’affrontare le inevitabili difficoltà di trovarsi in un paese sconosciuto, dove molti sono stati costretti ad approdare, non certo per libera scelta.

fra Corrado Trivelli

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