Category Archives: Giornalino

Ottobre 2014

La lezione di Giobbe

Anche quest'anno durante la breve interruzione dal tran tran annuale sono partito con il libro di un amico nella borsa: quello del santo, paziente ma altrettanto sfortunato Giobbe della Bibbia. È un amico che sto imparando a conoscere. Quando desidero scendere nel mio intimo e voglio guardare i tracciati della mia vita, Giobbe è quell'amico ruvido e schietto, che aiuta ad illuminare il dentro e rintracciare i sentieri maestri della vita. Prima, Giobbe, lo ignoravo perché pensavo che parlasse di cose con cui non avrei voluto aver nulla a che fare. Ha cominciato ad essermi amico quando mi sono reso conto che difficilmente avrei realizzato quello che avevo sognato di me o che gli altri si sarebbero aspettati da me. Giobbe non è come Abramo, o l'israelita pio né tantomeno il cristiano che ci aspetteremmo. È un uomo che, privato di tutto quello che aveva, è costretto a ricostruire ricostruirsi nonostante la sua povertà materiale e lo sconforto interiore. Si pone al di fuori delle fedi tradizionali dei suoi tempi e delle loro saggezze. Rifiuta i luoghi comuni, diffida della sapienza fine a se stessa. Giobbe cerca il vero volto di Dio, cercando prima di tutto la verità su se stesso, le sue possibilità senza illusioni. Il suo libro è una nota stonata che scombina le certezze assodate fino a camminare pericolosamente sull'orlo del baratro della bestemmia. I critici dicono che la redazione del suo libro è la più oscura e travagliata di tutta Bibbia. È come se, attraverso il corso del tempo, generazioni siano state chiamate ad aggiungere il proprio contributo alla interminabile esperienza di bene e di male, di gioia e dolore, in cui la vita umana nasce, cresce e si rinnova nei secoli. Con gli anni che passano ciascuno di noi trascrive come in un libro le guide della sua vita. Chiunque non scrive il suo libro nella verità nuda e cruda di Giobbe corre il rischio di dover rinnegare quello che ha scritto. E chiunque nella vita non incontra Dio, che completa il libro con lui, difficilmente arriverà a finirne l'ultima pagina contento di sé.

P. Francesco Borri

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Giugno 2014

Allenati dallo Spirito Paraclito

Avevo letto, tempo fa, che una buona parola per tradurre in lingua parlata il termine Paraclito, riferito allo Spirito Santo, fosse Allenatore; sì, proprio allenatore, come quello delle squadre di calcio! Solamente dopo la splendida finale della Coppa dei Campioni ho osato infilarlo nell’omelia di una di queste domeniche vicine alla Pentecoste. È vero: ero rimasto estasiato dalla velocissima fluidità delle squadre in campo e dall’agonismo portato all’estremo, dagli scambi veloci e precisi come fossero comandati da un unica mente. È normale quando c’è un allenatore. È lui che sceglie i giocatori, ne studia le doti fisiche e personali facendole emergere, ne corregge gli errori e le amalgama con quelle degli altri compagni di squadra, creando una strategia di gioco e un ruolo per tutti. Ogni squadra che non ha buone strategie non vince. Il Paraclito ci sceglie e ci immette nella squadra della Chiesa, usa e raffina le doti di ciascuno, raddrizza le storture, adatta ed esalta il singolo alla strategia comune: “che conoscano te e che tu mi hai mandato”. Ogni giocatore che ha fiducia nell’allenatore si sottomette a mettere in secondo piano tutto quello che non serve alla strategia della squadra, perché ogni vittoria e gloria vengono attraverso la squadra. Qualora qualcuno si rifiutasse, allora anche la squadra rifiuterebbe lui; scomparirebbero vittoria, giocatori ed allenatore. Accade anche nella comunità dei cristiani non avere dei giocatori che sono bene allenati e che conoscono vagamente gli schemi tattici, oppure vogliono cambiare la strategia della squadra con la loro; peggio sarebbe se stanno vendendo la partita per qualche pugno di soldi. Si vedrà subito perché le gambe si stancheranno troppo presto, i giocatori non si sapranno trovare né cercare, mentre l’allenatore correrà su e giù sgolandosi, finché mesto si accascerà nella panchina aspettando il fischio finale.

P. Francesco Borri

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Marzo 2014

Alla fiera dell'Est

Politici donano migliaia di dollari alle casse federali per ovviare alla mancanza di liquidità” È un’altra notizia che mi convince a cambiare per l’ennesima volta queste quattro parole, che fin dall’inizio volevo dedicare agli avvenimenti, che hanno portato la costituzione del nuovo governo. Ho modificato il titolo togliendo il luogo perché non si pensasse nè a grillinofilia né a grillinofobia; sarebbe portare acqua al mare dopo il bombardamento a tappeto di opinioni, analisi, esternazioni e imprecazioni accavallatisi nei giorni passati. Probabilmente mi si obbietterà che anche questa non è che una in più. “Ci rimetto la faccia”. Tuttavia dobbiamo chiederci se il buon senso o la saggezza guidino ancora la nostra società alla ricerca di una via di uscita da un malessere, che sembra dare poca speranza e nessun sbocco immediato. Non c’è lavoro, perché non investiamo; non ci sono investimenti perché non ci sono soldi né lavoro che produca denaro a sufficienza. Le banche non fanno crediti perché il lavoro non è competitivo; la gente non compra, perché non ha lavoro né soldi. Il governo non fa perché non gli diamo la forza dei numeri, e noi non diamo numeri e forza al governo perché non fa nulla o, al peggio, disfa. E arrivò “l’Angelo della Morte sul macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua. che spense il fuoco, che bruciò il bastone... (fino a) il gatto che si mangiò il topolino, che mio padre comprò”. Se non è giusto nè bello fare la fine del topolino, bisogna che il gatto si rassegni a mangiarsi la coda. È da lui che inizia la catastrofe alla Fiera dell’Est quando mise le unghie sul topolino e decise che aveva bisogno di lui per rimanere gatto. Ognuno di noi ha un po’ del gatto dentro di sé e una coda da mangiare qualsiasi posto occupi e quanto affilati siano i suoi artigli. Come pure ciascuno di noi è un po’ topolino; ci sarà sempre uno più svelto e furbo di lui pronto a sopraffarlo per rimanere quello che è. Sono certo che questo tipo di saggezza sia la piattaforma solida e adatta a sostenere tutti i nostri sforzi, il contributo minimo e di base da offrire alla nostra nazione. Sono quella manciata di spiccioli che gettati nelle casse vuote di soldi, di speranze, di solidarietà e di riforme, che possono rimettere in moto e brio a una bella fiera italiana.

P. Francesco Borri

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Dicembre 2013

Buon Natale nel Signore

Sono sicuro che già da tempo abbiamo pensato a come e dove passare questo Natale con le altre feste vicine. Non è difficile imbarcarci in una delle svariate offerte, che la pubblicità ha già immesso nei suoi circuiti: il sole, le nevi e le feste. Abbiamo bisogno di fermarci, di calma e di serenità, di cui la nostra epoca è poco dotata. In più, la cronaca, le vicende di cui si parla ogni giorno, non sono proprio quello di cui abbiamo bisogno per affrontare un anno sereno e ricco di ottimismo. Molte volte mi chiedo, quando mi affaccio nelle platee dei mezzi di comunicazione, che cosa funzioni a dovere in questo paese. C’è una esaltazione nel mettere il dito nelle piaghe delle nostre istituzioni, delle strutture, dei nostri valori e anche delle nostre persone. Buttiamo in piazza senza pudore le nostre vergogne, illudendoci che denunciare e sanare sia lo stesso. I dibattiti pubblici, più che ad uno sforzo comune assomigliano al cerchio del combattimento dei galli. Ci logoriamo a vicenda nell’individuare i nostri problemi e ci dividiamo per realizzarli. Sembra che abbiamo smarrito il bandolo della matassa. Noi cristiani dovremmo sapere da dove possiamo riprendere i fili per fare risorgere la speranza e l’ottimismo. Ad un certo momento della storia - nella pienezza dei tempi - Dio ha accantonato le migliaia di norme ormai appesantite di Israele e al loro posto vi ha posto un Bambino, che è “diritto e giustizia”: ogni normativa deve porre l’uomo - fratello e sorella - come suo punto di inizio e come sua meta : “Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine”. “A quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di essere figli di Dio”: è una speranza a prova di IMU e di Spread. “Un Figlio ci è stato donato”: la persona non vive per accaparrare, ma fare dono di sé, infatti “c’è più gioia nel dare, che nel ricevere”. Dove c’è dono di sé, c’è amore; e dove c’è amore, c’è Dio. “Guardate gli uccelli del cielo e i fiori dei campi! Non tessono e non mietono, neppure Salomone in tutto il suo splendore era simile a loro”: la nostra ricchezza e bellezza risiede nelle nostre persone; non dovremmo avere bisogno di ostentazione né di griffe per essere guardati e goduti. “Il vostro linguaggio sia si, si; no, no. Il resto viene dal maligno”: il rapporto vero tra persone risiede nell’autenticità; ambiguità e ipocrisia sono inganno e veleno. La giustizia, la mitezza, la misericordia e il perdono non sono né sogni, né idee, ma la moneta di maggior valore nel mercato delle nostre relazioni. “Gloria a Dio nell’alto e pace agli uomini che egli ama”. La pace - chiamala pure: equilibrio, armonia, eguaglianza o diritto - è alla base di ogni esistenza. E’ il tocco di Dio nel creato; la sua assenza è caos, disgregazione, distruzione e morte. I nostri Auguri di Natale e di buon Anno 2014 per Te è di incontrarti di nuovo con questo Bambino e far tesoro del suo dono di sé!

P. Francesco Borri

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Ottobre 2013

OTTOBRE MISSIONARIO con S.Francesco d'Assisi

Quando queste mie parole vi arriveranno, Carissimi Amici, saremo già entrati da tempo nell’ “Ottobre Missionario”, il mese tradizionalmente è dedicato alla Missione. Lo scopo è di avere occasioni per tendere di nuovo i nostri sensi e il nostro cuore a Gesù. Egli nei villaggi della sua terra andò proclamando con la vita e la parola che il Regno - la presenza di Dio - è nel mondo e che Dio attende con impazienza di entrare anche nella mente e nel cuore di tutti gli uomini. È con Lui che la nostra vita si arricchisce della sua Vita, con la sua Pace la nostra pace è duratura. Con il suo Bene anche il nostro bene è universale e giusto. Non è a caso che qui sopra siano emerse le parole del saluto “Pace e Bene”, con cui San Francesco voleva che i suoi frati si presentassero. L’Ottobre è missionario ma è anche il mese di S. Francesco di Assisi. Sarebbe una mancanza grave che la nostra piccola rivista missionaria e francescana non portasse traccia del modo con cui San Francesco comprese e visse il suo essere missionario. San Francesco fu un vero missionario; lo fu nella accezione universale di evangelizzatore e lo fu anche in quello tradizionale dell’andare tra coloro che non credono in Cristo. Volle che i suoi frati non avessero stabili dimore perché dovevano vivere come Gesù, il più grande dei missionari, il quale non aveva dove posare il capo. Francesco stesso e i suoi frati dovevano essere “luce del mondo”, quindi vivere sempre “nel lucernario” a spargere la luce di Cristo. Che senso quindi il chiudersi in dei monasteri! Quando ormai non poteva più muoversi faceva scrivere le sue esortazione e farne più copie perché raggiungessero il maggior numero di persone. Volle essere anche missionario “ad gentes” coll’andare tra i mussulmani. Tra loro desiderava di dare il massimo dello sforzo possibile: offrire la sua vita in sacrificio sull’esempio di Gesù che concluse la missione ricevuta da Dio sulla croce. Francesco era scioccato e, umanamente parlando, ossessionato dalla metodologia missionaria di Dio. Dal presepe a Greccio, al Crocifisso alato alla Verna non sapeva capacitarsi come un Dio onnipotente e sovrano potesse servirsi di metodi così umanamente insignificanti e vani per attirare gli uomini a sé. Da qui volle lui stesso e i suoi missionari - i frati - essere minori, “sudditi a tutti” e la povertà assoluta essere il segno tangibile di testimonianza di come Dio agisce tra gli uomini. Francesco è un uomo che concentra la sua esperienza di fede nell’umiltà di Dio, che per amore e rispetto della libertà degli uomini, accetta la debolezza e ne fa il segno della sua libertà e della sua potenza. In San Francesco essere missionario non ha bisogno di strategie e metodologie particolari né sofisticate. Ha bisogno di autenticità della fede. È una vita, che nella fede si lascia stupire e afferrare dall’umiltà di Dio, e diviene di essa l’immagine trasparente.

P.Francesco Borri

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Giungno 2013

UN PICCOLO FARO rivolto alla Missione

Carissimi Amici, eccovi un altro numero di Eco! Vorrei sottolineare in queste poche righe l’importanza di questa nostra piccola rivista, che arriva nelle vostre case quattro volte all’anno. È uno strumento che fa “circolare il sangue della nostra missionarietà” in un corpo più ampio di quello che siamo soliti avere nei nostri gruppi e circoli. Voglio porgere il nostro grazie e congratularmi con coloro che ogni volta si mettono al tavolo e buttano giù qualche cosa per tutti. Pure non voglio trascurare assolutamente il paziente lavoro di impaginazione, con tutti gli annessi e connessi. Poi c’è la spedizione, l’etichettatura e poi... il tempo e il denaro che se ne vanno. L’ Eco ha molti criteri di valutazione. Non certamente quello economico, assolutamente no, sarebbe già finito da tempo. Esce perché vorremmo che fosse un piccolo faro di luce sempre rivolto alla Missione: luce di informazione, briciole di cultura, vita della missione, attività di singoli e gruppi con vocazione missionaria. Vorremmo invitare ciascuno di voi a renderlo sempre vivo e attraente. Hai un’idea, un progetto? Hai fatto una visita nei luoghi di Missione? Hai incontrato persone e cose interessanti anche per altri? Hai scattato delle foto significative? Mandaci quello che hai: sarà sempre come un bicchier d’acqua, che servirà a dissetare qualcuno.

P.Francesco Borri

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Marzo 2013

RISVEGLIARE la missionarietà

Dal Gennaio di quest’anno P.Francesco Borri ha iniziato il suo servizio come responsabile dell’animazione missionaria nella Provincia Toscana dei Frati Cappuccini. Dopo la tragica morte di P. Corrado Trivelli, il 22 Novembre 2011, si era reso necessario individuare un confratello che ne proseguisse l’impegno portato avanti con tanto zelo ed entusiasmo per oltre tredici anni. Siamo andati a cercarlo in Tanzania, dove P. Francesco ha svolto la sua missione per circa 30 anni, salvo una breve parentesi negli Emirati Arabi. La sua risposta, pur sofferta, è stata di piena disponibilità per un compito nuovo per lui, ma nel quale potrà riversare la sua lunga esperienza missionaria maturata sul campo. Grazie Francesco e buon lavoro a te e ai tuoi collaboratori P. Flavio e P. Luca Maria. Inizia, in qualche modo, una nuova fase dell’animazione missionaria dei Cappuccini in Toscana. All’interno del Definitorio, che è l’organo di governo della Provincia, ci siamo chiesti come rispondere alle incessanti provocazioni che la Chiesa a più livelli ci fa pervenire per un’opera di evangelizzazione a tutto campo, oggi urgentissima. Alla missione rivolta a popolazioni ancora in grande maggioranza non cristiane, non può non essere affiancata l’azione ugualmente missionaria nelle zone del mondo evangelizzate da secoli, ma dove la fede sta drammaticamente arretrando. A tutti i battezzati è richiesto di sostenere questo sforzo di evangelizzazione con ogni mezzo a disposizione, iniziando dalla testimonianza di una vita cristiana convinta e trasparente. Attraverso le pagine di “Eco”, in più occasioni, è stata evidenziata questa nuova dimensione della missione non esclusivamente limitata alle cosiddette ‘terre di missione’. Certamente il sostegno offerto alle giovani chiese della Tanzania e della Nigeria, che assorbe moltissimo il lavoro del nostro Centro di Animazione Missionaria (CAM), resta fondamentale; ad esso dovrà sempre più affiancarsi l’attenzione alle problematiche missionarie, che viviamo qui a casa nostra e che sono altrettanto urgenti. Credo che solo così, risvegliando nel cuore di ogni cristiano di buona volontà il suo “essere missionario” nell’ambiente dove vive, faremo un’opera di autentica animazione missionaria. Ed ora passo la parola a P. Francesco… (vedi pag. 11) Buona Pasqua di Resurrezione!

P.Stefano Baldini

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Dicembre 2012

UN ANNO dopo...

Cari amici, l’editoriale di Eco del Dicembre 2011 recava, per l’ultima volta, la firma di P. Corrado. Per anni la sua penna aveva aperto a tutti gli affezionati lettori, per così dire, il sipario del nostro giornalino, sempre con parole che dicevano il suo grande amore alla causa missionaria e la voglia di trasmetterlo. In quelle brevi righe P. Corrado annunciava il suo imminente viaggio in Tanzania assieme a P. Luciano, Ministro Provinciale e al giovane volontario Andrea Ferri. Al suo ritorno, scriveva, avrebbe relazionato sul viaggio compiuto Domenica 11 Dicembre, giorno in cui era stato programmato un incontro al Centro di Animazione Missionaria di Prato. Lo sappiamo, così non è stato. In Tanzania, il 22 Novembre di un anno fa, questi fratelli sono stati vittime di un tragico incidente stradale; con loro ha perso la vita anche P. Silverio, missionario per tanti anni tra la popolazione tanzaniana. La loro vita è stata come un seme, che Dio ha gettato su questa terra e che ha prodotto frutti buoni di attenzione ai bisogni degli altri, di impegno, di servizio, di genuina testimonianza evangelica. Di questi frutti, in vario modo, chissà quante persone avranno beneficiato; con questi frutti in mano si saranno presentati al Signore Gesù, che li avrà accolti con le parole del Vangelo: “Venite, benedetti dal Padre mio…” (Mt 25,34). Cari amici, ad un anno di distanza da quell’evento, che tutti ci ha toccati fin nell’intimo, possiamo ancora imparare molto dalla lezione di vita, che ci hanno dato; una lezione, che può aiutarci a capire un po’ di più l’incredibile messaggio del Natale: Dio si è fatto uomo, si è fatto bambino, in tutto simile alle migliaia di bimbi che ogni giorno vengono al mondo. E’ talmente vicino a noi, che si identifica con quelli di noi che stanno peggio: “…avevo fame…sete…ero nudo…forestiero..in carcere..”, lui, il nostro Dio! Spesso circondiamo il Natale di tanta bella poesia e di buonismo, mentre quel bambino che giace nella mangiatoia provoca il nostro egoismo e ci chiede di spalancare finalmente il cuore ad un amore che assomigli un po’ di più al suo. Proviamo, in questo Natale, a farci ‘prossimo’ , come Dio si è fatto ‘prossimo’, si è messo accanto a noi. I fratelli che un anno fa abbiamo perduto sulle strade della Tanzania è così che avevano interpretato la loro vita.

P.Stefano Baldini

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Ottobre 2012

DONARE la fede

Cari amici, Domenica 21 ottobre la Chiesa celebra la Giornata missionaria mondiale. Questa iniziativa nacque nel lontano 1927, indetta per la prima volta da Papa Pio XI su suggerimento del circolo missionario del Seminario di Sassari. Da allora ogni anno nella penultima domenica di Ottobre, tradizionalmente riconosciuto come mese missionario per eccellenza, la Chiesa cattolica ripropone a tutti i credenti la sua natura essenzialmente missionaria. Mai la Chiesa potrà stancarsi di proclamare che Gesù è l’unico Salvatore dell’uomo. Lo slogan scelto per la giornata di quest’anno è tratto dalla seconda lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi (2 Cor 4,13): “Ho creduto perciò ho parlato”. Il riferimento è al rapporto essenziale tra missione e fede e alla rilevanza data a quest’ultima da papa Benedetto XVI, con l’aver indetto uno speciale Anno della Fede, che si è aperta l’11 ottobre, 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e si protrarrà fino al 24 novembre 2013, solennità di Cristo Re dell’Universo. Quando si parla di missione e di missionari, istintivamente le persone vi associano l’impegno sociale soprattutto nei paesi più poveri del mondo. Ed è vero. Ma, pensandoci bene, la povertà più grande è la mancanza di fede in Gesù Cristo, il non averlo ancora incontrato; come pure, e questo accade particolarmente nel nostro vecchio mondo cristiano, dopo averlo conosciuto vivere senza riferimento alla sua Persona e al suo Vangelo. Questi poveri sono una moltitudine in continua crescita, che non possono lasciare indifferenti i discepoli di Gesù. Cari amici, questo mese missionario ci richiama innanzi tutto alla responsabilità di trasmettere ad altri con la parola e soprattutto con lo stile di vita che conduciamo l’inestimabile dono della fede. Sì, “la fede si rafforza donandola”, secondo la nota espressione di Giovanni Paolo II nella sua enciclica missionaria “Redemptoris Missio”. L’urgenza della missione nasce dallo stupore per qualcosa di talmente bello e grande che non possiamo tenere solo per noi: la fede in Gesù Cristo.

P. Stefano Baldini

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Giugno 2012

Copertina EdM Giugno 2012 n.45L'INQUIETUDINE della missione

Cari amici, vorrei aprire questo numero di ECO con una celebre frase di S. Agostino in apertura del suo libro autobiografico Le Confessioni: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in Te”. Il cuore inquieto è un cuore che vaga nel deserto, fino a quando non riposa in Dio. Ci sono vari tipi di deserto: vi è il deserto della povertà, quello della fame e della sete; il deserto dell’abbandono, della solitudine e dell’amore distrutto. C’è, però, non meno diffuso, anche il deserto dell’oscurità di Dio e dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. È allora al profondo del cuore che bisogna dirigersi, per riscattare gli uomini dal deserto e condurli al luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, che ci dà la pienezza di questa vita. Questa è la missione della Chiesa: rispondere all’inquietudine del cuore dell’uomo, offrendogli l’unico annuncio che può soddisfarlo e donargli l’agognato riposo: Gesù Cristo. Sì, perché l’uomo di oggi è povero soprattutto di fede e rispondere all’appello del povero significa non soltanto soddisfarne i bisogni materiali, ma prima di tutto la sua fame di Dio. Noi credenti dobbiamo saper intercettare l’inquietudine di innumerevoli cuori che in qualche modo cercano Dio; dobbiamo essere ‘inquietati’ dalla situazione in cui si trovano tanti nostri fratelli e sorelle. Esiste una stretta relazione tra il dono della fede che abbiamo ricevuto e l’assillo di portare a tutti questo dono. Ciò vuol dire che il cristiano non può restare tranquillo laddove si è installato fino a quando il mondo, tutto il mondo, non ha raggiunto il suo futuro in Dio. L’inquietudine del cuore, si può dire, è la fonte della missione, che, in tal senso, possiamo definirla come l’incontro tra due inquietudini: quella di chi cerca Dio e quella di chi non può stare in pace fino a che il Dio di Gesù Cristo non sia da tutti conosciuto e amato. Auguro a tutti noi, cari amici, questa “santa inquietudine”!

P. Stefano Baldini

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